Cowo, spazi che avvicinano

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Il primo fu a Los Angeles: Bred Neuberg, nel 2005, aprì “Hat Factory”, un ex magazzino arredato con mobili Ikea. “Ecco le postazioni, qui c’è quello che occorre per un ufficio, chi vuole lo può affittare”. Hat Factory però non era rivolta a gente in cerca di un tavolo per appoggiarci il portatile e lavorare come in qualunque ufficio. Lo scopo era “porre in vicinanza persone che condividessero la passione per l’attività che svolgevano, per l’innovazione, per un lavoro che amavano e per il quale volevano trovare uno spazio”.

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E’ nato così, più di 10 anni fa, il “coworking”, luogo in cui da sole o in team persone che non necessariamente lavorano allo stesso progetto condividono spazi e risorse, dalla connessione a internet al caffè, creando un “ecosistema” nel quale i progetti restano indipendenti, ma vengono rafforzati dal sistema di relazioni che viene a crearsi.

Nana Bianca si rifà a questi principi nel proporre alle startup che accelera uno spazio assolutamente open dove tutto è condiviso. “Qui quello che conta sono le persone – sottolineano i founder, Paolo Barberis, Alessandro Sordi e Jacopo Marello –  Tutto dipende dalla loro energia e dalla loro iniziativa. Qui i progetti escono dai cassetti, si confrontano e si definiscono. Qualcuno “muore”, altri escono rafforzati”.

“Lavorare in spazi di coworking consente di essere liberi senza restare isolati – spiega Jacopo Marello – E’ uno strumento molto potente per creare sinergie, si va ben oltre il risparmio dei “costi vivi”. Considerarlo solo un affare economico significa snaturare la sua essenza: in un posto come Nana Bianca si diventa ricchi di relazioni, si scoprono affinità, si allacciano collaborazioni e, qualche volta, nascono anche belle amicizie. Ben più che un effetto collaterale, per chi comincia a costruire il suo futuro da startupper.

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Nana Bianca

All stories by: Nana Bianca